> Sigur Rós: Starálfur

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ridere è una cascata di neon al buio, un tramonto sull’acqua. un cane, un irrigatore.
si può prendere come un aereo e lanciare come un giavellotto, ma è un’asta per saltare.
funziona un po’ come i trampoli, per spostarsi da un capo all’altro dello spazio.

ridere è decidere dei guai.

è una piattaforma di lancio, un ponte, un tatuaggio sulla faccia, un ciuffo rosa tra i capelli. si può usare come piede di porco eppure è lo scudo limpido per schermarsi, è il cavallo per disarcionare, un paio di forbici per tagliuzzare.

so slow it down, and take it easy.

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Post Rock Mystery

che poi essere soli non comporta difficoltà. solo cambiamenti. il primo, e forse l’unico, è la necessità di doversi adattare al mondo esterno. quando si è insieme, affrontare il mondo implica gioia, forza, gola, benessere. ma quando si è soli, si rischia di cadere, di arretrare, di mettere mille volte il motore in folle. non ci sono lotte fratricide, non ci sono crepuscoli quando si sta bene insieme. solo albe e mattini pieni di calore, di pizza, piedi intrecciati e dita carezzevoli. essere soli, ma soli davvero significa non avere àncore né reti di sicurezza, scatole né trampolini, significa inventarsi ogni giorno una forza, trovare in ogni santo secondo il pretesto, l’appiglio. a volte è un vestito, una foto, un tramonto. a volte è un paio di scarpe, adesso è una risata, tante volte è un ricordo, spesso un futuro, una musica. la musica è la miglior compagna.

> it’s a brand new start

holocene – bon iver

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a differenza di uno in gabbia, l’animale ammaestrato non sbuffa, non schiamazza, non schiuma. non si spazientisce su e giù, non sa di aver preso anche lui la sua libertà. all’animale del circo la sua vita piace: lo lavano, gli fanno le coccole, dorme sereno e riceve un pasto caldo tutti i giorni, in cambio di poche richieste: rotolare, sdraiarsi, alzare la zampa. l’animale ammansito esegue il suo compito. a tutte le ore, tutti i giorni, sempre uguale, anche dopo non aver ricevuto il tanto amato biscottino. all’animale indottrinato sembra di fare tutto giusto, tutto come ben spiegato, stabilito. controllare ed intrattenere, lo stesso che è richiesto in gabbia.

eppure fuori dalla gabbia, tutto è studiato alla perfezione dal domatore, fin nei ritmi e nei dettagli. lui sa come rendere fluida la sua spontaneità, basta un insieme di comandi. l’animale non lo sfida, perché il padrone è l’unico che sa cosa è meglio per lui. ma anzi lo segue, si affida, in cambio c’è un premio. come coi bambini, infatti di tutti gli insegnamenti che si potrebbero scegliere, mia madre ha preferito fare del suo bimbo una scimmia.

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Sola

Libertà.

È non dover dar conto davvero a nessuno.

E mi dispiace, ma è forse questo il modo in cui io voglio vivere.

E non mi sento sola.
E non mi sento triste.

Mi sento elettrizzata.
On constant flows of possibilities.

Pubblicato in Mira | Lascia un commento

Pieces

volere lui è un po’ come volere che un mare languido lambisca un po’ anche te.
quand’ero in Danimarca, a quest’ora amavo fare torte. come se rientrare da una serata, fosse l’inizio di una nuova giornata. che era quasi un peccato andare poi a dormire, ma era sempre troppo presto poi per fare qualsiasi altra cosa.

sarebbe così bello se i negozi non chiudessero mai, le istituzioni non chiudessero mai, gli uffici non chiudessero mai, le aziende non chiudessero mai e ognuno avesse il compito e la possibilità di fare quello che deve, quando vuole.

quand’ero piccola, mi piaceva molto la parola pingue. mi immaginavo sempre un cosciotto di pollo grasso, sugoso, la pelle giallastra e rugosa e poi un omone che l’addentava con furia, un uomo-palloncino con papillon e panciotto. le gambotte minuscole, come quelle di Violet Baudegard, i baffetti, ritorti alla Dalì, ma gli occhi più piccoli, i capelli lucidi e neri, il sudore eccessivo, che ogni tanto si asciuga con fatica, incapace di guardarsi anche le estremità, che penzolavano da un sofà ottocentesco con piedini arabescati e imbottitura in velluto.

chissà se sono stati poi i pinguini a ispirarla.
trovo buffo, come noi esseri umani tentiamo disperatamente di dare un senso ai pezzi di puzzle che portano un nome proprio. come se si potesse. come se potesse in qualche modo costituire un punto di partenza. un gancio a cui aggrapparsi, una certezza a cui votarsi, sottomettersi, verso cui auto-guidarsi. diversamente programmarsi. per cui autodistruggersi. anziché apprezzare il suo essere pioggia.

che scorre giù per le regole e lungo la grondaia, e infine verso gli angoli e le crepe e le pendenze delle strade fino ai tombini, fino ad altri angoli, pendenze, crepe.
bisognerebbe apprezzare il suo non avercelo un senso. affatto.

m’incuriosisce (mi fa sorridere) chi si ferma e pedissequamente, come un certosino, analizza parola per parola, tutto quello che gli succede, che prova, vive, sente, affronta. io mi devo sforzare. di ricordare gli episodi, di trovare le parole giuste, la chiave.
io sono quella con gli occhi chiusi sotto la pioggia fredda in grossi rivoli ad aspettare che scorra.

– sei disposto a fermarti con me?
– per tutto il tempo necessario.

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We Were There

sai adesso dove andrei?
al mare.
a sentire la sabbia fredda e appiccicosa sotto i piedi.
anche la terra di un giardino andrebbe bene, inzuppata dalla nebbia.
con i capelli lunghi. le ciocche che sfiorano le braccia a volte sono un po’ come un amico che è sempre lì.
what does this say about me?
mille cose.

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