Pieces

volere lui è un po’ come volere che un mare languido lambisca un po’ anche te.

quand’ero in Danimarca, a quest’ora amavo fare torte. come se rientrare da una serata, fosse l’inizio di una nuova giornata. che era quasi un peccato andare poi a dormire, ma era sempre troppo presto poi per fare qualsiasi altra cosa.

sarebbe così bello se i negozi non chiudessero mai, le istituzioni non chiudessero mai, gli uffici non chiudessero mai, le aziende non chiudessero mai e ognuno avesse il compito e la possibilità di fare quello che deve, quando vuole.

quand’ero piccola, mi piaceva molto la parola pingue. mi immaginavo sempre un cosciotto di pollo grasso, sugoso, la pelle giallastra e rugosa e poi un omone che l’addentava con furia, un uomo-palloncino con papillon e panciotto. le gambotte minuscole, come quelle di Violet Baudegard, i baffetti, ritorti alla Dalì, ma gli occhi più piccoli, i capelli lucidi e neri, il sudore eccessivo, che ogni tanto si asciuga con fatica, incapace di guardarsi anche le estremità, che penzolavano da un sofà ottocentesco con piedini arabescati e imbottitura in velluto.

chissà se sono stati poi i pinguini a ispirarla.
trovo buffo, come noi esseri umani tentiamo disperatamente di dare un senso ai pezzi di puzzle che portano un nome proprio. come se si potesse. come se potesse in qualche modo costituire un punto di partenza. un gancio a cui aggrapparsi, una certezza a cui votarsi, sottomettersi, verso cui auto-guidarsi. diversamente programmarsi. per cui autodistruggersi. anziché apprezzare il suo essere pioggia.

che scorre giù per le regole e lungo la grondaia, e infine verso gli angoli e le crepe e le pendenze delle strade fino ai tombini, fino ad altri angoli, pendenze, crepe.
bisognerebbe apprezzare il suo non avercelo un senso. affatto.

m’incuriosisce (mi fa sorridere) chi si ferma e pedissequamente, come un certosino, analizza parola per parola, tutto quello che gli succede, che prova, vive, sente, affronta. io mi devo sforzare. di ricordare gli episodi, di trovare le parole giuste, la chiave.
io sono quella con gli occhi chiusi sotto la pioggia fredda in grossi rivoli ad aspettare che scorra.

– sei disposto a fermarti con me?
– per tutto il tempo necessario.

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